Perché è difficile essere felici?

Perché è difficile essere felici?

La felicità è sfuggente ed è anche difficilmente definibile; le persone hanno una idea molto imprecisa, confusa, altalenante sul concetto di felicità.

Se si chiede “Cosa ti renderebbe felice?”, le risposte sono tutt’altro che scontate: non necessariamente si sentirà rispondere “Un sacco di soldi!” oppure “Avere tanto successo”; spesso le risposte punteranno molo più in basso, con risposte del tipo “Sarò felice quando avrò finito il lavoro arretrato”,oppure “Quando mio figlio troverà un lavoro”,oppure “Quando potrò comprarmi un’auto nuova”oppure “Quando mia figlia si sposerà” ecc.

C’è chi è ancora convinto, e sono tanti, che i soldi, il benessere economico, rendano felici.

L’esperienza pratica e gli studi effettuati sulla questione, sconfessano questa opinione diffusa.

Pensiamo a quanti ricchi personaggi del mondo della finanza o dello spettacolo si suicidano; pensiamo a quanto rari siano i suicidi fra coloro che, al risveglio mattutino, hanno come prima e unica preoccupazione quella di cercare qualcosa da mangiare, tanta è la loro indigenza.

David G.Myers, psicologo dell’Hope College di Holland, nel Michigan, ha dimostrato che felicità e benessere economico non vanno assolutamente di pari passo.

Partendo dal dato oggettivo di una triplicazione del potere di acquisto degli americani nel 2000 rispetto al 1950 e confrontandoli con i sondaggi effettuati dal National Opinion Research Center dal 1957 in poi sul grado di felicità degli americani, si è evidenziato che la percentuale di persone che si definiscono “molto felici” si è mantenuta stabile a circa un terzo. Addirittura Myers ha notato che i giovani americani di oggi sono più ansiosi che in passato.

Lo studio delle persone che si dicono felici ha rivelato una cosa che a molti appare sconcertante: l’attenzione di queste persone è rivolta al presente e non su obiettivi futuri o al loro raggiungimento.

Quindi la felicità, quella che ti fa dire “Sono felice!”, è nel presente e non in qualche accadimento futuro.

LE BASI BIOLOGICHE DELLA SCONTENTEZZA

C’è una tendenza innata alla scontentezza per l’uomo; ci abituiamo con facilità a tutto e, si sa, l’abitudine porta con sé la noia. Questa tendenza all’abitudine ha una origine lontana nella nostra evoluzione.

La nostra evoluzione ha leggi ferree cui soggiacere: una di queste fa sì che tutto ciò che aumenta la probabilità di sopravvivenza e di riproduzione è oggetto di acquisizione e trasmissione alle generazioni successive, mentre ciò che è inutile a questi scopi viene eliminato.

E’ la facilità all’abitudine, all’adattamento alle condizioni attuali, che aumenta la capacità di sopravvivere e di riprodursi. Rumori disturbanti e ripetitivi, luci abbaglianti, sensazioni corporee fastidiose, dopo un po’ vengono percepite meno, risultano meno fastidiose. Pensiamo ad un acufene, il classico “ronzio alle orecchie”: alla prima insorgenza genera una reazione quai di disperazione nella persona che lo percepisce. Poi, piano piano, nella maggior parte dei casi, cambia il rapporto con questa “presenza” costante: si percepisce sì, ma con un impatto emotivo molto minore (che corrisponde alla espressione “Lo sento ma ci convivo”).

Sfortunatamente, la capacità di abituarsi interviene anche quando sperimentiamo qualcosa bello: un avanzamento di carriera, una vincita alla lotteria, la nascita di un figlio, la vittoria del Mondiali di calcio, danno gioia, ma sempre transitoria: si torna sempre al nostro “solito” modo di vivere, più o meno soddisfacente.

Un’altra tendenza utile sul piano evolutivo è quella di guardare sempre agli aspetti negativi di una situazione più che a quelli positivi; questo è logico, perché è in ciò che reputiamo “negativo” che, più facilmente, può nascondersi un pericolo.

Questi meccanismi evolutivi, ancora presenti nel nostro cervello ed ancora condizionanti i nostri comportamenti, in un mondo dove i pericoli veri sono ridotti ad esperienze sporadiche, disturbano più che essere utili: abituarsi al benessere, cogliere e concentrarsi sugli aspetti problematici di ogni situazione, notare più i problemi che le soluzioni, ci rende instabili emotivamente, insoddisfatti, inquieti. Eppoi c’è la capacità di fantasticare, di immaginare un “di più”, o “dell’altro”, che sono veri e propri “tarli” mentali. L’uso dell’immaginazione nella produzione di ipotesi su ciò che potrà succedere, è indispensabile in condizioni di pericolo; ma se entra in funzione quando un vero e proprio pericolo non c’è, allora genera una inutile insoddisfazione, perché non si è mai contenti di ciò che si ha.

L’insoddisfazione spinge a migliorarsi, a cambiare. Il problema è che l’insoddisfazione, se diventa uno stile di vita, non fa fare le scelte migliori. Le scelte migliori sono sempre prodotti da una condizione di base di accettazione-appagamento; allora si agisce sulla scia di ragionamenti razionali che tengono in considerazioni più visioni prospettiche.

Quindi, se la ricerca della felicità è nella genetica dell’uomo, interessante è capire come mai alcune persone si mostrino appagate e soddisfatte della loro vita, senza bisogni da soddisfare.

Sentirsi felici per un breve periodo, può essere relativamente facile: un evento fortemente desiderato che si realizza, ci fa sentire appagati….ma dura poco.

Sentirsi felici ed appagati per un lungo periodo, può essere la sfida vera. Da quanto ho detto, però, è praticamente impossibile sentirsi felici ed appagati “per sempre”: non è compatibile con la nostra fisiologia, non lo permettere la nostra facilità ad abituarsi.

C’è comunque una soglia di soddisfazione che ognuno di noi ha su base genetica, che ci hanno trasmesso i genitori. Su questa soglia si può lavorare, per abbassarla sempre di più, fino a che, il solo vivere, darà il piacere di vivere. Molti, infatti, dicono che la vera felicità è il vivere stesso…punto e basta!

Qual’è la differenza che fa la differenza fra persone felici e persone insoddisfatte?

Le persone tendenzialmente felici sono estroverse, amichevole, fiduciose e scrupolose, consapevoli di avere il controllo sulla propria vita, meno ansiosi e più stabili nell’umore. Questa affermazione è il risultato degli studi di due psicologi, una psicologa sociale, Kristina DeNeve, uno psicologo, Harris Cooper: nel 1998 fecero un’analisi retrospettica su 148 studi circa il rapporto fra personalità e felicità.

Mihaly Csikszentmihalyi, psicologo della Claremont graduate University, ha appurato che le persone sono tanto più felici quanto più sperimentano stati di “flusso”, come li chiama lui.

Le “esperienze di flusso” si verificano quando si è totalmente concentrati sull’esperienza, in una attenzione totale al momento presente.

La capacità di vivere nel presente, in questa attenzione consapevole, è la base riconosciuta della felicità stabile, che chiamerei “piena e serena abitazione della propria esistenza”.

Se sono nel presente, non sarò né nel passato né nel futuro; se abbandonerò la schiavitù dell’immaginazione sfrenata, che mi porta sempre lontano dal momento presente, dal “qui ed ora”, smetterò di desiderare “altro da ciò che è”.

Falsi miti sulla felicità

  • Lavorando sodo si raggiunge la felicità (più che altro ci si esaurisce!)
  • La felicità può essere comprata: più soldi ho e più sarò felice” (molte volte, per fare tanti soldi, si deve lavorare talmente tanto che poi non si ha neanche tempo per spenderli)
  • Benessere materiale e felicità vanno a braccetto (falsa credenza… i ricchi piangono più facilmente dei poveri, perché questi ultimi sanno accontentarsi più facilmente)
  • Guardare chi sta meglio fa bene a chi vuole essere più felice (al contrario, notare la disparità sociale, fa aumentare l’insoddisfazione)
  • Prefiggersi obiettivi e raggiungerli rende felici (concentrarsi continuamente su obiettivi, rende più difficile sentirsi felici)
  • “Domani sarò più felice di oggi” (… dove sta scritto? E’ un autoinganno)
  • Il successo genera felicità (è vero il contrario, perché si ha sempre paura che il successo finisca)
  • La felicità sta nel raggiungere gli obbiettivi (“la felicità non è nel raggiungere la meta, ma nel piacere del viaggio”)

Un consiglio per concludere:

“SMETTIAMO DI CHIEDERCI COSA SIA LA FELICITÀ E COME POTERLA TROVARE…ED ALLORA NON CI SARÀ PIÙ BISOGNO DI SENTIRCI DIVERSI DA COME CI SENTIAMO E FINIREMO CON L’AMARE, SENZA CONDIZIONI, LA VITA“

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