Rivoluzione alcalina

Rivoluzione”, perché l’alcalinizzazione può essere una grande novità per tutti, ma soprattutto per coloro cui le persone si rivolgono per ritrovare la salute (medici, chirurghi, naturopati, nutrizionisti e tutti coloro interessati alla questione “salute”) e che possono inserire nel proprio ragionamento clinico il concetto di “terreno biologico” quale elemento fondamentale per spiegare la genesi delle malattie e trattarle in modo più articolato.

Rivoluzione”, perché le implicazioni che l’alcalinizzazione ha sulla salute sono eccezionalmente positive, tanto positive da farne una via importante per il ristabilimento ed il mantenimento della salute.

Rivoluzione alcalina” perché comporta un cambio di mentalità per il medico e per il paziente: non si alcalinizza e non ci si alcalinizza per sopprimere un sintomo o dei sintomi, bensì per favorire un riequilibro, per agire “pro” funzioni da ristabilire e non solo “contro” sintomi, talvolta innocui, pur se fastidiosi. Nessuno dei due, né il medico né il paziente, è abituato a ragionare in termini “pro”: il medico cerca i sintomi, per prescrivere un sintomatico; il paziente si aspetta un sintomatico per i suoi sintomi. Il paziente vuol stare bene subito, ed il medico vuole che il paziente non si lamenti più, per non doverlo rivedere in studio, di lì a breve, ma anche per non doversi confrontare con la frustrazione di sentirlo lamentare, malgrado la “cura”. In questa fretta di prescrivere un farmaco ed assumerlo, appare come una rivoluzione il pensare di migliorare la qualità del terreno biologico per ritrovare la salute.

Alcalina” perché è l’opposto della acidosi (o acidità). L’acidosi è il grande nemico, che, soprattutto nei paesi occidentali, a più alto tenore di vita ed a più diffusi stili di vita acidificanti, innesca una battaglia quotidiana con i sistemi alcalinizzanti dell’organismo (sistemi tampone, riserva alcalina) e con tutte le pratiche alcalinizzanti (alimentazione a base di ortaggi verdi, attività fisica, rilassamento psicofisico quotidiano, assunzione di giuste quantità di acqua).

È una rivoluzione possibile, ma al momento attuale più che altro una speranza di rivoluzione: il medico è troppo abituato a fare le sue prescrizioni farmacologiche, perché è stato formato a fare questo; il paziente è troppo affezionato alla sua prescrizione e non vuole rinunciare a questo elemento fondamentale della relazione col suo medico.

Solo quando il medico si porrà la domanda “Come posso aiutare questa persona?”, potrà aprirsi a nuove conoscenze e nuove strategie di cura; finché la domanda rimarrà “Cosa prescrivo?”, rimarrà aperta la sola caccia al sintomo, che poco cambia, se non a volte in senso peggiorativo, nella qualità del terreno biologico.

Un esempio pratico: parliamo di raffreddore. È una malattia solitamente leggera, autolimitata a pochi giorni. La diagnosi viene fatta sui sintomi: rinorrea (il naso che cola), starnuti, mal di gola, tosse, dolori muscolari, disappetenza, febbre ed altri sintomi minori; la terapia va a sopprimere questi sintomi (vasocostrittori nasali per ridurre la rinorrea, analgesici ed anti-infiammatori, ecc.) ma non aiuta l’organismo a risolvere in tempi più brevi la malattia. Altra cosa sarebbe se, non volendo solo prescrivere sintomatici, ci si chiedesse come poter aiutare quell’organismo a superare prima i suoi problemi. Questo si ottiene migliorando la risposta immunitaria e stimolando le funzioni emuntoriali (disintossicando l’organismo), deacidificando quell’organismo, correggendo le alterazioni del pH.

Questo cambiamento di atteggiamento nei confronti della malattia, richiede che, nel rapporto medico-paziente, non sia il ricettario da compilare l’elemento cardine della relazione. Se, come accade nella maggior parte dei casi, sia il paziente che il medico sanno di dover concludere il loro incontro con una prescrizione di qualche farmaco, sarà questo che si verificherà, e quindi il livello della terapia rimarrà sul piano del sintomo da sopprimere. Se invece della domanda “Quale farmaco devo prescrivere?”, il medico si chiedesse “Come posso aiutare questa persona?”, la prescrizione del sintomatico perderebbe immediatamente la sua valenza di elemento fondamentale di quella visita, a vantaggio di strategie più ampie di miglioramento della risposta dell’organismo all’aggressione in atto. Trattare i sintomi può essere utilissimo ed anche indispensabile in situazioni acute, dove la vita del paziente è messa a repentaglio. In molte malattie croniche, invece, il trattamento dei sintomi non è il miglior servizio che si può offrire al paziente, il quale, sì, avrà meno sintomi, ma non potrà mai dirsi guarito (all’interruzione della terapia si avrebbe la riaccensione di quei sintomi repressi momentaneamente dai farmaci). Non a caso, a parte le terapie sostitutive ormonali, la maggior parte dei farmaci sono “anti-”, cioè contrastano sintomi.

Occuparsi dell’equilibrio acidobase della matrice extracellulare, vuol dire entrare nella logica di migliorare il terreno biologico su cui la malattia inizia e si sviluppa; vuol di dire aiutare veramente a ritrovare la salute, dove perduta, ma anche mantenerla. Si va a pieno titolo nell’approccio preventivo delle malattie. Tutte le malattie possono essere prevenute e migliorate mantenendo lievemente alcalino l’organismo. Certo, non è la sola cosa da fare, nell’ottica delle prevenzione, ma è un imprescindibile punto di partenza. Vedremo come questa non sia una opinione da far propria o meno, bensì una realtà scientifica da comprendere ed accogliere.

Articolo tratto dal libro “Vivere alcalini, vivere felici“

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